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lunedì 3 giugno 2013

OLANDA: L’AUSTERITA’ TEDESCA E’ FUORIMODA


Si riduce la linea dura tedesca e i paesi della zona euro hanno abbandonato la politica della fermezza. Potranno portare in deficit il bilancio. La Germania riconosce come la sua tanto auspicata austerità sia andata troppo oltre. Si potrà, quindi sforare il 3% della produzione annuale. La fiducia nella ripresa economica degli Stati Uniti, nel frattempo, rende il valore del dollaro, a cospetto delle altre principali valute, più forte, raggiungendo il livello più alto negli ultimi nove mesi. L’euro si è frattanto indebolito. Le grandi banche olandesi, infatti, prevedono una diminuzione che oscilla di circa 0,05: passando da 1,25 a 1,20 nello scambio con il dollaro. L’indebolimento dell’euro non è solo il risultato dei problemi in corso in Europa, ma il frutto di una politica non coesa.
La Banca centrale europea ha dichiarato di non avere alcuna intenzione di tagliare ulteriormente i tassi di interesse. Cosicché i banchieri centrali dovranno accettare una lenta ripresa economica, senza contare nell’aiuto della BCE.
Il Presidente Mario Draghi ha ipotizzato aspettative di crescita negative. Il valore del dollaro sta ad indicare, ad esempio, come le aziende di mais e soia spendano di più, in quanto le imprese di mangimi composti sono diventate più costose. Anche il petrolio, tipicamente regolato dal dollaro è quindi divenuto più costoso.

La debolezza dell’euro, implica delle importazioni più care. Importanti aree del sud Europa sono diverse rispetto alla Germania, alla Francia e ai Paesi Bassi con una moneta debole che risulta poco competitiva nel mercato mondiale. Le prospettive di esportazioni olandesi, per una buona parte dell’agro-alimentare continuano secondo i livelli di pianificazione centrale. La contrazione dell’economia olandese nel 2013 è dovuta principalmente ad una diminuzione della richiesta da parte del mercato interno. Solo in Grecia il consumatore diventa ancor più pessimista. Prognosi: euro debole.

domenica 2 giugno 2013

USA: REINHART E LA CRISI


In un’intervista rilasciata allo SPIEGEL, l’economista di Harvard Carmen Reinhart sostiene che i governi non sono in grado di ridurre i loro debiti e che le banche centrali stanno solo adesso intensificando gli sforzi per risolvere la crisi. “Alla fine”, sostiene, “i risparmiatori ne pagheranno il prezzo”. Dichiara come nessuna banca centrale voglia ammettere di aver perso parte della propria indipendenza inondando i mercati di denaro a buon mercato e, quindi, con bassi tassi, al fine di sostenere i governi per cercare di tirarli fuori dal debito. Torna indietro nella memoria sostenendo come dopo la seconda guerra mondiale, ci fu una lunga fase in cui le banche centrali erano asservite ai governi. E che solo dal 1970 esse siano diventate politicamente più indipendenti: "Il pendolo sembra oscillare indietro come conseguenza della crisi finanziaria”.
Aggiunge che la Banca centrale europea stia leggermente meglio rispetto alle altre banche centrali, ma che la crisi finirà per coinvolgerla. All’ipotesi paventata sul rischio di inflazione Reinhart risponde: “il rischio è reale. Ma è sicuramente più difficile per un banchiere centrale alzare i tassi di interesse, con un rapporto tra debito e prodotto interno lordo di oltre il 100 per cento rispetto a quando questi si attesta al 39 per cento. Pertanto, credo che il passaggio verso una minore indipendenza della politica monetaria non sia solo un cambiamento temporaneo”. In merito alle conseguenze potenziali a lungo termine si esprime così: “non mi oppongo a questo cambiamento, sto solo affermando che hai a che fare con il modo in cui uno sbalzo del debito o l'altro e poiché gli alti livelli di debito sono un ostacolo per la crescita possono paralizzare il sistema finanziario e il processo del credito. Un modo per far fronte a questo è quello di cancellare parte del debito”.
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