lunedì 16 aprile 2018

Repubblica Ceca: esempio per tutti.

Se è vero che la Germania è la prima potenza economica d’Europa, con un’alta reputazione di efficienza, ordine e bassa disoccupazione è pur vero che nel nostro continente esistono altre realtà non meno efficienti, soprattutto in tema di occupazione. La Repubblica Ceca, infatti, rappresenta il paese al mondo con la disoccupazione più bassa, pari al 2,4% (dati riferiti a gennaio 2018): un punto in meno rispetto la Germania (3,5%). Una regressione che parte già da fine 2015. Molti si chiederanno quale sia il segreto che ha consentito al paese comunista di conquistare un risultato così importante. In primo luogo, il costo del lavoro è molto basso. Infatti, Il costo medio del lavoro orario nella Repubblica ceca nel 2016 era di soli € 10,20, ben al di sotto della media UE di € 25,40. Questo non spiega pienamente la bassa disoccupazione del paese, perché altre nazioni come Bulgaria, Ungheria e Polonia, hanno costi di manodopera ancora più bassi. Inoltre, i salari nella Repubblica ceca sono aumentati abbastanza rapidamente. Nel primo trimestre del 2017, i salari nominali sono aumentati del 5,3%, o del 2,8% al netto dell'inflazione. Inoltre, la Repubblica Ceca deve il suo successo ai posti di lavoro in fabbrica, cosa non da poco in questi periodi. L' industria manifatturiera del paese dell'Europa centrale rappresenta la maggior parte della sua economia rispetto ad altre nell'UE e rappresenta oltre un terzo di tutti gli occupati. La produzione di automobili, da parte di aziende come Toyota, Peugeot, Citroën, Škoda e Hyundai, è ora un ingranaggio cruciale per l'economia ceca. Gli incentivi governativi risalenti agli anni '90, che includono sgravi fiscali per nuove imprese e denaro per la creazione di nuovi posti di lavoro, hanno attirato alti livelli di investimenti esteri, rafforzati ulteriormente dopo l'adesione del paese all'UE nel 2004. Secondo David Marek, capo economista di Deloitte a Praga, il tasso di disoccupazione della nazione è basso per due ragioni principali. Innanzitutto, i lavori di assemblaggio degli impianti sono stati relativamente facili da creare perché sono economici e gli incentivi governativi hanno reso la Repubblica ceca attraente per le aziende manifatturiere globali. In secondo luogo, il ciclo economico ceco è strettamente connesso alla salute economica dell'UE. Quando l'Europa sta andando bene, la Repubblica Ceca fa ancora meglio, dice Marek. E in questo momento l'Europa sta facendo relativamente bene. L'economia della regione è cresciuta del 2,2% nel secondo trimestre rispetto all'anno precedente, all'incirca la stessa degli Stati Uniti. Ma, attenzione poiché le ragioni del recente successo dei cechi potrebbero rappresentare problemi per il futuro. L’eccessiva crescita dei salari è una preoccupazione urgente. Marek afferma che i salari stanno aumentando a causa della mancanza di manodopera, che impedisce all'economia di crescere ancora più velocemente. Come molti paesi, anche la Repubblica ceca si trova ad affrontare un invecchiamento della popolazione. Gli ostacoli burocratici rendono difficile alle società assumere lavoratori stranieri per coprire posizioni aperte. Marek dice che il paese non può permettersi salari che crescono più velocemente rispetto alla produttività. La Repubblica Ceca è "il centro di raccolta dell'Europa, non il centro di conoscenza", afferma, il che significa che ha molti lavori poco costosi e poco qualificati, ma non sta sviluppando le capacità e le conoscenze per aumentare significativamente la produttività con processi più sofisticati. Per mantenere bassa la disoccupazione, il governo ha bisogno di cambiare il suo decennale sistema di incentivi per incoraggiare la creazione di posti di lavoro altamente qualificati, in particolar modo migliorando il sistema di istruzione. Mentre c'è un alto tasso di istruzione secondaria, poche persone continuano a ottenere le qualifiche universitarie o professionali. Il rischio di automazione dei meccanismi di produzione è incombente. Ciò verrebbe confermato da uno studio dell'OCSE pubblicato lo scorso anno.

domenica 15 aprile 2018

Le governance più efficienti al mondo

Il Legatum Institute, con sede nel Regno Unito, ha condotto una interessante indagine sulle governance migliori al mondo. Numerosi esperti, sulla base di parametri ben definiti, come: qualità della vita, un eccellente sistema sanitario, i programmi educativi di prim'ordine, i bassi livelli di inquinamento dell'aria e dell'acqua, la libertà di parola, il diritto a difendersi responsabilmente, la priorità data all'innovazione e ad un ambiente economico stabile, la prosperità, hanno stabilito come il governo federale svizzero sia il migliore al mondo, seguito da quello new zelandese, danese, svedese e finlandese. Per completare la classifica dei primi dieci paesi con il miglior governo al mondo, troviamo al sesto il Lussemburgo, al settimo il Canada, all’ottavo la Novergia, al nono il Regno Unito, ed infine al decimo posto l’Australia. I paesi europei, quindi sono in cima alla lista dei migliori governi del mondo; la maggior parte dei quali è governata da una leadership UE e delle Nazioni Unite. Gli statunitensi, invece, si collocano in undicesima posizione. Andando nello specifico. Nello Stato democratico svizzero, il popolo ha il primo potere politico, dando ad esso maggiori opportunità di esprimere la propria opinione attraverso il voto popolare. Tutti i suoi cittadini hanno il diritto di voto (sia uomini che donne) e hanno la libertà di scegliere le persone che li rappresenteranno all'interno della loro Assemblea federale. Il buon governo rimane tra i parametri di riferimento rispetto al quale spesso tutte le nazioni, ricche e povere, vengono classificate. È interessante notare che i paesi enunciati come aventi i migliori governi del mondo hanno anche registrato classifiche simili o strettamente tali in altri parametri, quali: i paesi più prosperi al mondo, le persone più felici al mondo, i paesi più competitivi a livello mondiale, i paesi con persone più soddisfatte e così via. Rimane il fatto che è convinzione, a prescindere da quanto potente o progressista o ricca possa essere una nazione, che un buon governo giochi un ruolo fondamentale se si considera il successo di uno stato in tutti gli aspetti della vita quotidiana. A riprova di quanto detto, la Cina, invece, pur essendo un gigante del mercato, avendo ottenuto il terzo posto nel ranking mondiale quale potenza economica, si è classificata soltanto al 52° posto tra le governance più efficienti al mondo. In effetti, non basta quantificare l’efficienza di un governo soltanto dal punta di vista esclusivamente monetario, o dalla ricchezza prodotta dal paese, ma soprattutto dal grado di felicità, soddisfazione e serenità raggiunto dai suoi abitanti.

venerdì 13 aprile 2018

Lavoro e tecnologie

Il mondo del lavoro è in continua fibrillazione ed evoluzione. Non vi è dubbio che la tecnologia moderna abbia contribuito ad accorciare tempi e distanze. Infatti in una sola ora accade qualcosa di davvero stupefacente: vengono visualizzati 248 milioni di video attraverso YouTube, caricate 2,8 milioni di foto su Instagram, digitati 23,7 milioni di tweet e spesi 15 milioni e passa di dollari in ordini Amazon. Il tempo scorre molto più velocemente in rete rispetto ad una vita dai sistemi tradizionali. Ecco perché sarebbe importante snellire la burocrazia in modo da agevolare le classiche attività produttive e lavorative. I Centri per l’Impiego non funzionano e sono fin troppo farraginosi. Le loro tempistiche abnormi e l’efficacia delle politiche del lavoro pari a zero. E’ del tutto inutile raggirare gli indici Istat mediante l’applicazione di contratti a termine di ridottissima durata. E’ anche vero che gli attuali strumenti di comunicazione non rappresentano un ostacolo al lavoro, anzi ne agevolano lo svolgimento rendendolo più snello, più veloce e più preciso. Semmai, in taluni casi, le aziende richiedono un minor impiego di personale andando ad incidere sugli indici di occupazione in modo negativo. Ed è questo, in prospettiva il vero cruccio da superare nei prossimi anni. Il sempre meno impiego di ‘materiale umano’ accrescerà il desiderio di occupazione in buona parte del mondo. Ed anche le oasi ‘felici’, modello di occupazione, risentiranno del grado di tecnologia presente nel paese. Quindi il tema dell’evoluzione e della meccanizzazione dei processi produttivi quanto potrà spingersi oltre, considerando il fatto che internet è oramai un territorio fertile in cui si incrociano capacità personali, innovazione e rapidità comunicativa? E’ opportuno porsi tale interrogativo per non ridurre sul lastrico i lavoratori, che sempre meno nel tempo potranno garantire la propria manodopera e/o il proprio intelletto. Almeno che non si compia un notevole percorso ai fini della preparazione personale, tenendo fortemente in conto che nel lavoro telematico la concorrenza è molto più accresciuta rispetto ai canali tradizionali. Bisogna quindi aggiornarsi e farlo nel più breve tempo possibile. Gli ultimi governi stanno cercando di ridurre il gap derivante dalla mancata digitalizzazione in molti settori, ma questo consentirà nel breve volgere di qualche anno di non assumere più personale, o quantomeno di ridurne drasticamente le esigenze negli enti pubblici e privati. Questo è un campanello d’allarme che deve suonare alle orecchie dei governanti di tutto il globo, ma soprattutto alle orecchie di coloro i quali affrontano determinati studi che potrebbero essere superati da qui a qualche anno. Sarebbe bene guardare in prospettiva, cercando di anticipare le mosse, prima che sia troppo tardi.

giovedì 12 aprile 2018

Tagli

L’economia italiana si rimette in sesto mediante opportuni tagli che consentano di annullare gli sprechi e di investire le risorse liberate in ‘capitolati di azione’. Il denaro, cioè non deve avere una funzione del tutto passiva, ma svolgere una serie di funzioni atte a stimolarne la circolazione e nello stesso tempo innestarne un meccanismo nel quale possa crescere l’occupazione. Riducendo i privilegi, le baby pensioni e le pensioni d’oro, l’uso delle auto blu, le costosissime consulenze e tutti quei costi presenti costantemente nei bilanci si raggiungerebbe, di certo, una condizione gestionale migliore. L’impiego del denaro pubblico dovrebbe snellirsi e non essere mastodontico. Il denaro dovrebbe raggiungere un ‘equilibrio modulare’. Maggiori investimenti con maggiori controlli, però. Per cui prima di tagliare e/o di stampare più soldi occorre stabilire con precisione quali meccanismi di controllo esercitare sulla Pubblica Amministrazione, sulla Difesa, sulla Sanità (per citarne alcuni) riguardo i flussi di denaro da destinare a detti capitoli di spesa. Se il denaro proveniente dai flussi in entrata (circa 800 miliardi), nel suo impiego ha una struttura di per sé poco dinamica, poco produttiva, e quindi, se la sua funzione fosse soltanto passiva e non attiva allora i problemi verrebbero amplificati a catena. Per dirla scialbamente “soldi fanno soldi”. Un motto che ben si sposa con i concetti sopra elencati. Quando, per esempio, i costi della illuminazione pubblica pro-capite sono il doppio rispetto a quelli dell’UE qualcosa non funziona. Allora occorrerebbe interrogarsi del perché di questi sprechi. Oltre un miliardo l’anno, quando ne basterebbe la metà. 500 milioni che potrebbero tornare utili a tappare altri buchi di bilancio. La digitalizzazione che riguarda la Pubblica Amministrazione, entrata in vigore lo scorso anno, ancora va a rilento. In ambito sanitario potremmo risparmiare altri 7 miliardi di euro. Tra carte e beni scaduti gettiamo al vento 25 miliardi l’anno. Ciò perché il tasso di adesione degli enti pubblici è pari al 20%. Solo un quinto ha aderito alla ‘scannerizzazione’ dei documenti. Perché non si adeguano tutti quanti gli uffici? Anche in questo caso: chi vigila affinché i nuovi dispositivi di legge vengano applicati? In queste poche righe ho cercato di sintetizzare un argomento che meriterebbe centinaia di pagine di discussione. Più che altro volevo porre l’accento sui tagli agli sprechi che, ancora oggi, molto più di ieri si possono effettuare. Gli interrogativi che mi pongo sono i seguenti: “perché spendere tanto e male? Perché gettare alle ortiche il denaro pubblico frutto del sacrificio di molti italiani onesti e per bene? Perché non prendere a modello le migliori amministrazioni pubbliche internazionali? Riceverò mai una risposta a questi interrogativi? Nutro seri dubbi in merito.

mercoledì 11 aprile 2018

Computo dei contributi previdenziali versati

Senonlavoro è anche un sito di proposte. In questi mesi ne ho formulate diverse. Oggi voglio puntare la mia attenzione sui contributi previdenziali con una soluzione che ritengo equa e legittima. Ieri sera ho avuto modo di ascoltare la Fornero esprimere la sua in merito ai contributi previdenziali minimi necessari affinché un lavoratore possa andare in pensione, entrando nel merito di calcoli e periodi. L’ex Ministro del lavoro e delle politiche sociali faceva, inoltre, una sottile disquisizione riguardo alla differenza tra previdenza ed assistenza pubblica. Un conto è la pensione derivante dai contributi versati, e cioè, quanto il lavoratore ha messo da parte nel corso della propria vita lavorativa, da destinargli successivamente in fase pensionistica, un conto è l’aiuto che lo Stato stesso concede a coloro i quali non hanno maturato alcun contributo utile alla pensione o che non hanno maturato contributi sufficienti al raggiungimento della pensione minima. Mi riferisco, ovviamente, alla concessione dell’assegno sociale dato a tutti i cittadini in stato di povertà o, quantomeno, senza un minimo sussidio, al raggiungimento dell’età pensionabile. Ritengo che il distinguo sia del tutto inutile ai fini pratici, poiché in ogni caso sono soldi dello Stato, o meglio di tutti i contribuenti. Cioè, in fin dei conti qualunque sia la situazione ai fini contributivi viene comunque garantito un importo minimo di sostentamento pari ad euro 448,07 per 13 mesi a partire dai 66 anni e 7 mesi di età (finestra 2018). Questa premessa per fare una mia personale considerazione legata a quella quantità smisurata di contributi versati dal lavoratore e dalle rispettive aziende di assunzione che rimane sospesa nel limbo, poiché insufficiente ai fini del raggiungimento della pensione minima. Parlo, ovviamente, degli esodati, ma non solo. Mi riferisco anche a tutti coloro i quali da precari hanno versato per più anni, ad esempio, dei contributi nella gestione separata (lavoratori Parasubordinati) perdendone nel tempo la titolarità. Detti contributi, infatti, non verranno destinati al lavoratore titolare degli stessi (tranne per coloro i quali avranno maturato il diritto alla disoccupazione), ma inseriti in un calderone di contributi da destinare a tutti i lavoratori che hanno regolarmente acquisito la pensione. La mia proposta, è invece quella di concedere tutti quegli anni di contributi giustamente versati fino al termine dell’età lavorativa in aggiunta all’assegno sociale. Se per esempio il lavoratore Tizio che ha 66 anni e 7 mesi ha maturato nell’intero periodo lavorativo 8 anni di contributi previdenziali, l’intero importo o quantomeno una frazione di esso, andrebbe sommato all’assegno sociale secondo le modalità di seguito esposte, considerando un’aspettativa di vita per l’uomo pari a 80 anni (dati Istat 2017). Euro 16,600,00 pari ai contributi previdenziali risultati nella posizione del lavoratore. Aspettativa di vita (80) – 66,7 = 13,3 (anni stimati di sopravvivenza). Per cui il lavoratore annualmente percepirà una quattordicesima, o se già spettante, sarà sommata ad essa, una cifra pari a (16,600,00 / 13) corrispondente ad euro 1276,00 annui. In alternativa, il lavoratore potrà scegliere di dividere la somma annua spettante (euro 1276,00) frazionandola in 13 mesi, passando, quindi da euro 448,07 a euro 546,22 netti mensili. Così facendo si otterrebbe una sorta di giustizia sociale computando a chi ha versato il dovuto.

martedì 10 aprile 2018

1 su 4 ce la fa

I dati Istat per riferiti all’anno 2017 parlano chiaro e sono inesorabili: Messina è la terza città in Italia per numero di disoccupati con la percentuale del 24,8%, dopo le città di Crotone e Foggia. 1 su 4 senza lavoro. Che bella prospettiva per le nuove generazioni di messinesi vero? Eppure, tra la montagna di problemi presenti in città nessuno dei candidati a sindaco ha preso a cuore la piaga numero uno di questo martoriato territorio. Ma uno straccio di progetto per dare occupazione lo vogliamo dare agli elettori? Vogliamo spremere le meningi e fornire delle valide idee affinché la Città dello Stretto possa tornare a splendere per operosità, innovazione ed impegno? Non dimentichiamoci che in passato abbiamo avuto delle vere e proprie eccellenze, non solo in ambito nautico, ma in diversi settori che per anni hanno trainato l’economia messinese. Idee da mettere in campo e rendere attuabili attraverso degli interventi immediati, possibilmente non sporadici ma strutturali. Proprio domenica mi sono fatto promotore di una iniziativa quadro, attraverso la partecipazione fattiva della cittadinanza che con un solo euro a familiare potrebbe contribuire a creare l’occupazione per centinaia di persone. Una sorta di mega concorso locale. Non entro comunque nello specifico, poiché in passato ho avuto modo di affrontare la tematica in occasione di un apposito articolo in cui entravo nel dettaglio dell’idea, che senza dubbio può ricevere dei miglioramenti da parti di esperti o di semplici cittadini. Ad ogni modo il principio è questo: anticipare del denaro per poi averlo con gli interessi attraverso un rapporto fisso o variabile legato al grado di produttività realizzato da parte dei lavoratori assunti. Un quoziente che di partenza ho stabilito in 1,5, ma che può crescere nel tempo. Un’idea di un comune cittadino che probabilmente non verrà neppure considerata. E allora, se così non fosse (e non lo sarà) impegnatevi ‘cari’ (costosi) politici nel trovare voi la soluzione. Troppo facile per voi mettere in secondo piano un problema così grande. Ricordo ai più che Messina negli ultimi 30 anni ha perso circa 15 mila abitanti migrati altrove; al nord e all’estero. Ciò significa che ogni anno vanno via circa 500 giovani. Questo è davvero inaccettabile! Una città che si impoverisce della freschezza e della spensieratezza dei propri figli è una città senza presente né futuro. Quante eccellenze tra i 500 vanno via? Quanti di loro potrebbero servire Messina per un progetto di sviluppo serio e concreto? Signori politici e politicanti candidati alle prossime elezioni interrogatevi su questo e su altri punti e se potete, cortesemente date alla cittadinanza delle risposte concrete e non aria fritta.

domenica 8 aprile 2018

La poltrona di sindaco

Persona autorevole, concreta, dalle idee chiare, pulita, per bene, rispettosa dei cittadini e delle istituzioni. Il sindaco che vorrei viene riassunto negli aggettivi sopra riportati e che danno un quadro alquanto significativo del soggetto che andrei ad individuare per la guida della città di Messina. Stamattina sono stato ad un incontro sulle "idee" organizzato dal M5S. Ogni comune cittadino poteva esprimere la propria opinione, dare la propria indicazione per iscritto, circa soluzioni da intraprendere nel breve e medio periodo al fine di poter risolvere problematiche di comune interesse. Ho segnalato la mia proposta, interloquito ove possibile, con il loro candidato sindaco alle prossime elezioni amministrative. L'impressione che ho avuto circa gli attivisti è totalmente positiva. Ho trovato grande apertura al dialogo e attenzione sui problemi da me mossi circa: l'igiene pubblica, il rispetto del territorio, il ponte sullo Stretto di Messina (che aborro appieno), la riqualificazione della zona falcata e dei quartieri periferici. Ho espresso la mia opinione circa il sindaco che mi piacerebbe guidasse le sorti della città. "Il mio sindaco deve essere fermo, determinato, di carattere, privo di condizionamenti; una sorta di 'sano dittatore', poiché ritengo che il messinese sia un soggetto che ha bisogno di polso duro e di decisione". Ciò che ho espresso stamattina lo riconfermo e lo sottoscrivo nuovamente in questa sede. Basta con il pressapochismo, con l'opportunismo, con il servilismo di potere, con l'accomodamento di poltrone. Poi mi sono avvicinato ad una attivista prossima candidata quale consigliere comunale chiedendole del perché si fosse accostata al mondo della politica. Devo dire che la sua risposta è stata però puntuale ed esaustiva, nonché soddisfacente. "No perché se qualcuno mi si avvicina chiedendomi il voto io lo faccio volare dalle scale. Molti lo vedono come un posto di lavoro: una sistemazione per la vita". Ecco quello che per me vuol dire non possedere quelle caratteristiche peculiari per le quali fare politica. La politica non è opportunismo personale, perorare la propria causa al fine di sistemare se stessi e la propria famiglia. Fare politica vuol dire ascoltare i cittadini prendendosi cura delle loro problematiche. La politica è sondaggio di opinioni, raccolta di problematiche e se queste coincidono con le idee di molti farle proprie attuando le dovute contromisure. Questa è democrazia signori. Fare politica è scendere in piazza, tastare le condizioni dei propri concittadini. Occorre necessariamente riempire la propria agenda di incontri, accostando ad essi i programmi che fino ad idee totalmente chiare, devono necessariamente essere dinamici fino a priorità acquisite. Certo la gestione della città non è semplice. Messina è una città complessa e complicata, ma partendo dalle basi si può certo aspirare a rendere la vita dei cittadini migliore, magari facendo loro occupare buona parte della giornata a lavoro; un lavoro serio e duraturo.

sabato 7 aprile 2018

Adempimenti e burocrazie

Quando in famiglia avviene un lutto si innesca un meccanismo penalizzante a catena, in particolare quando a spirare è il capofamiglia. Infatti, tra funerale, volture, adempimenti amministrativi e fiscali è davvero un grande caos. Per non parlare delle cifre da spendere. In ballo ci sono migliaia di euro tra servizi da pagare e marche da bollo. Una vera e propria speculazione sulla pelle degli altri. Costi gonfiati a dismisura! Qualcuno osserverà: ma lo Stato ti fa scaricare la fattura l'anno successivo. E se in famiglia nessuno lavora? Beh! In tal caso ti attacchi al tram! Assurdità anche per quel che riguarda le volture. In quanto, in taluni casi sono a pagamento, come se una persona in famiglia scegliesse di morire. Ma la cosa che fa andare su tutte le furie: il passaggio di proprietà. Quando, infatti, avviene un decesso il veicolo deve essere necessariamente intestato al coniuge o ad un componente o più della famiglia (erede/i). E qui sono i dolori! Più di trecento euro per volturare il mezzo. Una vera e propria vendita in cui il ricavo però è pari a zero. Morale della favola: lo Stato penalizza, anzi dà vere e proprie mazzate alla famiglia superstite. Piuttosto che aiutare dei cittadini provati dal dolore e dal punto di vista economico lo Stato ne aggrava la posizione. Senza contare che la pensione di reversibilità è pari al 60% di quella percepita dal de cuius. Questo a mio avviso è davvero gravissimo ed inconcepibile in una realtà che possa definirsi civile. Io da cittadino allora mi chiedo; è mai possibile che nessun politico abbia pensato di ridurre i costi in questo caso, quantomeno del 50% se non abolendoli del tutto? E' mai possibile che le volture non possano, in taluni casi, avvenire quasi in automatico? E' mai possibile che tra funerale, collocazione cimiteriale, adempimenti e quant'altro una famiglia debba spendere 10 mila euro? Mi sembra tutto così paradossale! E la cosa che più mi amareggia: la totale insensibilità da parte dei governanti in merito a questo delicato argomento.

mercoledì 22 marzo 2017

DIS-COLL diventa strutturale


La Dis-coll diventa strutturale e viene estesa anche ad assegnisti e dottorandi di ricerca. Grande soddisfazione viene espressa dal Ministro Poletti che ringrazia pubblicamente la Commissione Lavoro della Camera. E' stato infatti approvato uno specifico emendamento al testo  del disegno di legge delega sul lavoro autonomo,  giunto quasi al termine di un lunghissimo iter parlamentare .
L'indennità Dis-coll è stata infatti recentemente prorogata dal decreto legge Milleproroghe, ma solo  fino a giugno 2017 e si presume che  la nuova legge di riordino del lavoro autonomo possa entrare in vigore prima di quella data per garantirne la continuità .
Una piccola battaglia vinta. Finalmente il riconoscimento di un diritto per i tanti giovani che sono impegnati nella ricerca nelle università italiane, che si salda su un principio: la ricerca è lavoro. Un primo passo in questa direzione, era stato già compiuto con il decreto Milleproroghe che, nel mese di febbraio, aveva prorogato l’applicazione dell’indennità (istituita in forma sperimentale nel 2015 e poi estesa anche al 2016) fino a giugno di quest’anno. Alle proteste che si erano levate, i parlamentari Pd avevano assicurato che c’era l’impegno del Governo a rendere strutturale la misura di sostegno ai collaboratori che dovessero perdere il lavoro e ad estenderla alle figure “atipiche” della ricerca. Ora quell'impegno è stato mantenuto: dal 1° luglio 2017 non solo la Dis-coll diventa misura strutturale (non dovrà più essere prevista e prorogata da specifiche norme), ma si estende nella sua applicazione anche ai collaboratori che lavorano nel campo della ricerca nei nostri atenei, ovvero assegnisti e dottorandi di ricerca. Un tentativo in questo senso era già stato fatto durante la discussione delle leggi di bilancio per il 2016 e per 2017, purtroppo senza esito positivo: ma la tenacia che nasce dalle buone ragioni ci ha spinto a non abbandonare l’impegno. E la tenacia, sostenuta dalle associazioni di assegnisti e dei dottori di ricerca, ha finalmente dato gli esiti attesi. Il relatore del provvedimento Cesare Damiano ha assicurato che la Legge sul lavoro autonomo approderà in Aula nei primi giorni della prossima settimana: poi dovrà tornare al Senato in seconda lettura, ma l’impegno è ormai stato preso.

Un ammortizzatore sociale richiesto a gran voce dai prestatori di attività lavorativa totalmente privi di tutela che ci auguriamo possa completare l’iter parlamentare in modo positivo e che possa trovare la necessaria copertura finanziaria al fine di estendersi a più soggetti possibili.

lunedì 20 marzo 2017

VENDITA


E’ facile costruire società impiantate esclusivamente su reddito da provvigione. Chiunque può farlo, chiunque. E tutto il tempo che il lavoratore impiega nel cercare di ricavare qualcosa di buono? Quello che lo ripaga? Mi spiace dirlo ma l’Italia è lontana anni luce da un concetto molto semplice. Chiunque lavora ha diritto ad avere un compenso, anche minimo, per il tempo che egli impiega. Eppure oggi in Italia tutte le offerte di lavoro vertono esclusivamente sulla vendita. Pochissime aziende assumono per coprire posti relativi all'amministrativo o per l’espletamento di servizi destinati alla collettività.
Ciò vuol dire che l’impoverimento dell’Italia è tale che oramai il sistema è collassato su se stesso.
Non fa altro che ingurgitare i rimasugli per poi espellerli e ingurgitarli nuovamente; il cane che si morde la coda.
Appioppare gestori, i più disparati, alle persone per un continuo ricambio al fine di acquisire clienti. Poi non importa se il servizio è buono, caro o conveniente.
A questo punto siamo arrivati. Non importa che la vecchietta paghi già poco, pur di strapparle un contratto oramai ci si vende al diavolo.
“Pagamento a provvigione”, “pagamento a contratto concluso”, ecc… E poi chi controlla la veridicità di quanto sostenuto dall'azienda? E se poi ci fossero oscuri movimenti “sotterranei”? Cavilli inesistenti? Per cui, non solo vieni pagato poco e male, devi anche avere estrema fiducia nell'azienda che ti ha assunto senza avere (spesso) possibilità di replica. La tua parola contro la sua.
Questo sistema, amici miei non funziona. Tutto questo non è lavoro. Questa è schiavitù moderna. Si è legati mani e piedi all'interno di una “stanza” che poi è un meccanismo perverso. Il lavoratore non ha più dignità. E mentre i sindacati blaterano facendo i loro esclusivi interessi, ci sono persone che si sbattono la testa per come poter sopravvivere, per cercare di inventare se stessi creando qualcosa di innovativo di inedito.
La verità è che siamo nelle mani di nessuno. La verità è che l’Italia non ama i propri figli. La verità è che la burocrazia stritola, che si creano aziende “fantasma” poggiate su pilastri fragilissimi. La verità è che esiste una legislazione sul lavoro campata in aria.
E la risultante di tutto questo è un disarmante mondo del lavoro fatto di meccanismi poco chiari a danno del prestatore d’opera. Vendita aggressiva, vendita disonesta, per accaparrarsi una nuova unità, un nuovo cliente da spolpare. Andate a leggere gli annunci di lavoro e le figure richieste. Andate a verificare quanto detto dal sottoscritto e vedrete che mi darete ragione.

E me ne sbatto se qualcuno parla di visione pessimistica! La realtà va guardata in faccia altrimenti se il problema viene eluso non si arriverà mai a capo.

SALVATORE CASTORINA
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