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lunedì 16 aprile 2018
Repubblica Ceca: esempio per tutti.
Se è vero che la Germania è la prima potenza economica d’Europa, con un’alta reputazione di efficienza, ordine e bassa disoccupazione è pur vero che nel nostro continente esistono altre realtà non meno efficienti, soprattutto in tema di occupazione. La Repubblica Ceca, infatti, rappresenta il paese al mondo con la disoccupazione più bassa, pari al 2,4% (dati riferiti a gennaio 2018): un punto in meno rispetto la Germania (3,5%). Una regressione che parte già da fine 2015. Molti si chiederanno quale sia il segreto che ha consentito al paese comunista di conquistare un risultato così importante. In primo luogo, il costo del lavoro è molto basso. Infatti, Il costo medio del lavoro orario nella Repubblica ceca nel 2016 era di soli € 10,20, ben al di sotto della media UE di € 25,40. Questo non spiega pienamente la bassa disoccupazione del paese, perché altre nazioni come Bulgaria, Ungheria e Polonia, hanno costi di manodopera ancora più bassi. Inoltre, i salari nella Repubblica ceca sono aumentati abbastanza rapidamente. Nel primo trimestre del 2017, i salari nominali sono aumentati del 5,3%, o del 2,8% al netto dell'inflazione.
Inoltre, la Repubblica Ceca deve il suo successo ai posti di lavoro in fabbrica, cosa non da poco in questi periodi. L' industria manifatturiera del paese dell'Europa centrale rappresenta la maggior parte della sua economia rispetto ad altre nell'UE e rappresenta oltre un terzo di tutti gli occupati. La produzione di automobili, da parte di aziende come Toyota, Peugeot, Citroën, Škoda e Hyundai, è ora un ingranaggio cruciale per l'economia ceca.
Gli incentivi governativi risalenti agli anni '90, che includono sgravi fiscali per nuove imprese e denaro per la creazione di nuovi posti di lavoro, hanno attirato alti livelli di investimenti esteri, rafforzati ulteriormente dopo l'adesione del paese all'UE nel 2004. Secondo David Marek, capo economista di Deloitte a Praga, il tasso di disoccupazione della nazione è basso per due ragioni principali. Innanzitutto, i lavori di assemblaggio degli impianti sono stati relativamente facili da creare perché sono economici e gli incentivi governativi hanno reso la Repubblica ceca attraente per le aziende manifatturiere globali. In secondo luogo, il ciclo economico ceco è strettamente connesso alla salute economica dell'UE. Quando l'Europa sta andando bene, la Repubblica Ceca fa ancora meglio, dice Marek. E in questo momento l'Europa sta facendo relativamente bene. L'economia della regione è cresciuta del 2,2% nel secondo trimestre rispetto all'anno precedente, all'incirca la stessa degli Stati Uniti.
Ma, attenzione poiché le ragioni del recente successo dei cechi potrebbero rappresentare problemi per il futuro. L’eccessiva crescita dei salari è una preoccupazione urgente. Marek afferma che i salari stanno aumentando a causa della mancanza di manodopera, che impedisce all'economia di crescere ancora più velocemente. Come molti paesi, anche la Repubblica ceca si trova ad affrontare un invecchiamento della popolazione. Gli ostacoli burocratici rendono difficile alle società assumere lavoratori stranieri per coprire posizioni aperte.
Marek dice che il paese non può permettersi salari che crescono più velocemente rispetto alla produttività. La Repubblica Ceca è "il centro di raccolta dell'Europa, non il centro di conoscenza", afferma, il che significa che ha molti lavori poco costosi e poco qualificati, ma non sta sviluppando le capacità e le conoscenze per aumentare significativamente la produttività con processi più sofisticati. Per mantenere bassa la disoccupazione, il governo ha bisogno di cambiare il suo decennale sistema di incentivi per incoraggiare la creazione di posti di lavoro altamente qualificati, in particolar modo migliorando il sistema di istruzione. Mentre c'è un alto tasso di istruzione secondaria, poche persone continuano a ottenere le qualifiche universitarie o professionali.
Il rischio di automazione dei meccanismi di produzione è incombente. Ciò verrebbe confermato da uno studio dell'OCSE pubblicato lo scorso anno.
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giovedì 3 aprile 2014
DISOCCUPAZIONE NEL MONDO
Mentre il Giappone presenta solo il
3,7% di disoccupazione, la cosa sorprendente sta nel fatto che i paesi dell’area
Euro, i cosiddetti paesi industrializzati, mostrano dei livelli allarmanti di
disoccupazione. La zona Euro ha quasi il
12% di disoccupati (il doppio del Cile e 3 volte il Giappone). La politica
disfattista europea, evidentemente, ha ben contribuito alla mancata crescita
dei posti di lavoro. Si è troppo badato alla austerità e poco alla produttività
e al progresso. Nonostante la grave situazione greca, quest’ultima registra lo
0,52% in meno di disoccupazione (fanalino di coda con oltre il 27% di
inoccupati insieme alla Spagna), esistono in Europa paesi virtuosi come quelli
scandinavi. In realtà è la Norvegia
la nazione con la disoccupazione più bassa al mondo, con solo il 3,6% di inoccupati. Meno tasse e meno Stato è stata la svolta di Oslo. Non una svolta verso
uno Stato minimo, ma verso uno Stato leggero, verrebbe da dire low cost, cioè
in linea con i desideri dei contribuenti-elettori.
Prendo spunto dall’analisi di Edoardo Narduzzi uscita sul
quotidiano Italia Oggi.
Dopo otto anni di socialdemocrazia la
Norvegia, unico paese tra quelli Ocse a non avere neppure un centesimo di
debito pubblico, sceglie di essere uno dei leader del riformismo globale di
questo inizio di ventunesimo secolo. La maggioranza degli elettori affida al
premier, Erna Solberg, un
programma di riforme che sarebbero state, non solo utopiche, ma perfino
criminogene se proposte in Scandinavia nel secondo Novecento. Meno tasse e
riduzione importante della pressione fiscale, privatizzazioni delle imprese
pubbliche, dismissione di parte del patrimonio del fondo sovrano che ha
accumulato ben 750 miliardi di euro, rivisitazione della presenza pubblica
nell’organizzazione dell’offerta dei servizi del cosiddetto welfare state. Per
un paese che, di fatto, non ha inflazione (l’1%), che convive con una
disoccupazione minima del 3%, che non ha problemi di sostenibilità del sistema
previdenziale grazie ai ricchi e continuativi proventi del petrolio e che vanta
una qualità media di vita da primato per le varie classifiche internazionali in
materia. La svolta programmatica lancia un segnale che va ben oltre Oslo e impatta
tutti i paesi occidentali, quelli che un tempo venivano classificati come
economie avanzate, costretti a fare i conti con la globalizzazione.
La maggioranza degli elettori norvegesi, i più patrimonializzati al mondo quindi
anche quelli teoricamente meno preoccupati dal cambiamento, si è pronunciata in
favore di riforme che modifichino, non superficialmente, gli equilibri del ’900
tra uno Stato che fa troppo e un privato che deve pagare troppe tasse per
mantenerlo e conserva troppo poco per investire su se stesso per restare
competitivo nella globalizzazione.
La politica norvegese,
dedita all’occupazione ed al benessere dei propri cittadini dovrebbe rappresentare
un esempio pratico per i governanti del mondo, e non solo per quelli dell’area
euro. Perché nessuno trae spunto dalle riforme norvegesi?
Perché risultano essere scomode? Forse le risposte ci sono, però mancano gli
interpreti che diano voce alle stesse.
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